Biodiversità, questa sconosciuta

di: Valeria Barbi

Fate un esercizio. Se prossimamente dovesse capitarvi di parlare con un gruppo medio-ampio di persone, chiedete loro se hanno mai sentito parlare di crisi climatica. Un’ampia percentuale dirà di sì. Alcuni risponderanno in modo quasi annoiato, come a voler sottolineare che è un argomento ormai fin troppo dibattuto (il come, e con quali risultati è un’altra storia e non pertiene a questa discussione). Ora, allo stesso pubblico, chiedete se hanno mai sentito parlare di crisi della biodiversità. Se va bene, ma deve essere proprio una giornata fortunata o un gruppo di persone particolarmente sensibile, strabuzzeranno gli occhi e accenneranno un timido “no”. Il perché di questa mancanza di conoscenza, nonostante esista almeno dagli anni ‘80 una definizione piuttosto semplice e lineare di biodiversità – ossia la varietà e l’abbondanza delle specie che vivono sul Pianeta – è che il mondo della scienza e della comunicazione, ivi inclusa la narrativa ed il giornalismo, non sono riusciti a dimostrare l’importanza e l’estrema trasversalità del tema rispetto ai grandi temi sociali, economici e politici del presente e del futuro. Così come la sua rilevanza fondamentale per la sopravvivenza fisiologia del genere umano.

Dai servizi ecosistemici alla nostra storia evolutiva: la biodiversità è la biblioteca della vita sulla Terra

La biodiversità, infatti, ci fornisce a titolo completamente gratuito i cosiddetti Servizi Ecosistemici – come acqua potabile, aria pulita, cibo, materiali con cui produrre abiti e oggetti di uso quotidiano… Racchiude, inoltre, la saggezza di miliardi di anni di evoluzione ed è, senza dubbio, la risorsa più importante del pianeta. Spesso mi piace raccontarla come la biblioteca della vita sulla terra: essa ci racconta da dove veniamo e la strada che dovremmo percorrere se vogliamo intraprendere la transizione ecologica, ma è anche la nostra più grande alleata contro la crisi climatica visto che, in assenza di una diversità biologica in salute avremmo superato già da molto tempo la soglia critica di innalzamento della temperatura di +1.5°C suggerita dall’IPCC e contenuta nell’Accordo di Parigi. E poi c’è un aspetto, che forse è il più importante di tutti ma anche quello che, in un momento storico dove l’utilitarismo è predominante – e in cui l’uomo sembra affidarsi sempre più ciecamente al genio ingegneristico – è il più ignorato: ossia che la natura è parte di ciò che siamo perché noi siamo natura, siamo una specie animale e conteniamo altre specie al nostro interno come virus, batteri e acari che contribuiscono al nostro benessere.

Distruggiamo ciò che non conosciamo

A dispetto di tutto questo, da quando circa 300.000 anni fa un semplice prodotto fortunato dell’evoluzione come Homo sapiens ha iniziato a muovere i suoi primi passi sul Pianeta, è iniziata un’ondata di devastazione che, con mezzi sempre più potenti e sofisticati, ha iniziato a cancellare ecosistemi e specie dalla storia evolutiva molto più lunga e complessa. Oggi, 1 milione di specie sono a rischio estinzione: di queste specie, il 50% potrebbe estinguersi entro la fine del secolo in corso, ecco perché un recente report dell’IPBES parla di “dead species walking”. L’attuale tasso di scomparsa delle specie è di 1000 – se non addirittura 10.000 volte superiore rispetto a quello naturale e riguarda circa 273 specie al giorno. A complicare ulteriormente la situazione è il fatto che, ad oggi, non sappiamo ancora con esattezza quanto specie vivono sul Pianeta. Questa mancanza di conoscenza ci impedisce di sapere, con esattezza, anche quante ne stiamo effettivamente perdendo e, quindi, di agire di conseguenza. Sono state catalogate 8.9 milioni di specie ma la scienza ci dice che il numero non è neanche lontanamente vicino al numero di specie di cui si stima l’esistenza. Un’indicazione, tuttavia, ci viene data da un gruppo di ricerca dell’Università dell’Indiana che incrociando alcuni dei principali dataset disponibili con i modelli ecologici e alcune nuove teorie sulla relazione tra biodiversità e abbondanza, e considerando anche organismi unicellualri come batteri e archea, suggerisce che dobbiamo ancora molto probabilmente scoprire dall’86% al 99,99% delle specie che abitano il Pianeta. Pensiamo ai funghi, ignorati così a lungo da essere stati assimilati al regno vegetale da Linneo ed esserci rimasti fino al 1968 da Robert Whittaker. Si stima che al mondo esistano tra i 2.2 milioni e i 3.8 milioni di specie di funghi – un numero tra 6 e 10 volte superiore alle specie di piante – il che significa che ne è stato descritto solo un misero 6%. Organismi capaci di comportamenti sofisticati come apprendere e compiere delle scelte. Pensiamo, ad esempio, a Physarum polycephalum, organismo straordinario che ha capacità di attraversare un labirinto per arrivare al cibo, per esempio, e persino di risolvere un dilemma informatico, il famoso problema del commesso viaggiatore.

Una spirale distruttiva che coinvolge ogni angolo del Pianeta

A muovere la trama dell’estinzione sono 5 principali fattori di perdita, tutti riconducibili alle attività umane: crisi climatica, sovrasfruttamento, perdita di habitat, diffusione di specie aliene ed inquinamento. Recentemente è stato pubblicato un report, considerato il più completo a livello di analisi della scomparsa di specie ed ecosistemi, che spiega come in ogni ambiente antropizzato ci sia il 20% in meno delle specie che dovrebbero essere naturalmente presenti nel territorio. I ricercatori hanno esaminato gli habitat terrestri, d’acqua dolce e marini, includendo tutti i gruppi di organismi, tra cui microbi, funghi, piante, invertebrati, pesci, uccelli e mammiferi e hanno riscontrato che le pressioni umane hanno modificato in modo netto la composizione delle comunità e hanno influenzato in negativo la diversità locale. Perdite particolarmente gravi sono state registrate tra rettili, anfibi e mammiferi. La situazione di questi ultimi è particolarmente grave perché, essendo le popolazioni più piccole di quelle degli invertebrati, ne aumenta le probabilità di estinzione. Questa situazione non riguarda solo paesi lontani, notoriamente conosciuti per la loro ricchezza in termini di biodiversità ma anche l’Europa e l’Italia. Regioni che, ad oggi, risultano messe sotto scacco da una politica che sta strumentalizzando la conservazione e spinge sempre più all’intolleranza verso le altre specie e persino i nostri conspecifici (vedi declassamento dello status di protezione del lupo (Canis lupus lupus)).

L’Italia: un paese ricco di endemismi e impatti antropici

L’Italia, ad esempio, è un paese estremamente ricco di biodiversità: ha il più alto numero e la più alta densità di specie animali e vegetali all’interno dell’Unione Europea, oltre a un alto tasso di endemismi. Questa ricchezza di biodiversità è in gran parte dovuta alla presenza di regioni biogeografiche, quali la regione alpina, la regione continentale e la regione mediterranea, che presentano differenze climatiche, topografiche e geologiche. Queste tre regioni comprendono i sistemi montuosi delle Alpi e degli Appennini, le isole della Sicilia e della Sardegna, nonché la regione continentale nelle pianure dell’Italia settentrionale e la maggior parte della penisola italiana che ha un clima mediterraneo, grazie alla sua lunga costa di circa 7.400 km lungo il Mar Mediterraneo. Una biodiversità minacciata, come indicato dalle valutazioni dell’IUCN e dalle tendenze delle popolazioni, e ripresa dall’ISPRA nei suoi report. Tra le 672 specie di vertebrati italiani (576 terrestri e 96 marine), 6 sono estinte in Italia e 161 sono minacciate di estinzione (pari al 28% delle specie valutate). I diversi gruppi di vertebrati presentano percentuali di rischio variabili: 2% per i pesci ossei marini, 19% per i rettili, 21% per i pesci cartilaginei, 23% per i mammiferi, 36% per gli anfibi e fino al 48% per i pesci ossei d’acqua dolce. Inoltre, le popolazioni di vertebrati terrestri e marini sono generalmente in calo, rispettivamente del 27% e del 22%. Gli uccelli nidificanti sono l’unico gruppo per il quale sono state condotte due valutazioni IUCN, a distanza di sette anni l’una dall’altra. Delle 278 specie valutate nell’ultima valutazione del 2019, 5 sono estinte e 67 sono minacciate (rispetto alle 76 del 2013), pari al 26% delle specie valutate. La metà delle specie di uccelli nidificanti in Italia non è a rischio immediato di estinzione. Tra gli invertebrati, il 9% dei coralli, l’11% delle libellule, il 21% dei coleotteri saproxilici, il 6% delle farfalle e l’11% delle api valutate sono a rischio di estinzione. Gli invertebrati mostrano anche tendenze negative; ad esempio, il 16% delle popolazioni di libellule è in declino, cinque volte più di quelle in aumento.

Parola chiave: coesistenza

Nonostante l’allarme lanciato dalla comunità scientifica, il modello attuale continua a promuovere la distruzione di habitat ed ecosistemi, in modo quasi patologico, spingendoci ad ignorare quanto l’annichilimento biologico abbia effetti a cascata a livello esteso, ivi compresa la sopravvivenza a lungo termine del genere umano. E’ giunto il momento di considerare e tutelare la biodiversità come principio etico e lavorare, in modo sistemico, per facilitare la coesistenza con le altre specie. Solo così potremo davvero dire di aver costruito le fondamenta per un mondo più equo e salubre.

SCRITTO DA

Valeria Barbi

Politologa, naturalista ed esploratrice esperta di biodiversità. Autrice di WANE - We Are Nature Expedition.

Scrittrice esperta di biodiversità e cambiamenti climatici. Ha viaggiato in 5 continenti e 44 paesi per osservare il comportamento delle altre specie e indagare il rapporto tra l’uomo e la natura. Consulente per il settore pubblico e privato. Speaker ad eventi nazionali ed internazionali

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