La neve che non c’è è l’acqua che mancherà

di: Luca Martinelli

Puntuale, con l’inizio della Primavera è arrivato anche nel 2025 l’annuncio dei ristori che il Ministero del Turismo garantirà “a sostegno del turismo nei Comuni all’interno di comprensori e aree sciistiche della dorsale appenninica colpiti dalla diminuzione delle presenze turistiche, causata dalla mancanza di precipitazioni nevose, nel periodo che va dal 1° novembre 2023 al 31 marzo 2024” (Ministero del Turismo). Secondo le indicazioni emerse dal confronto all’interno del Tavolo sugli Appennini, che coinvolge gli assessori al Turismo delle amministrazioni regionali interessate, la spesa preventivata è di 13 milioni di euro. È singolare, tuttavia, che anche nel 2025 gli incontri del Tavolo non coinvolgano il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e quello dell’Agricoltura, né gli assessori competenti per queste materie – come se l’unica preoccupazione legata all’assenza di neve che ormai caratterizza la stagione invernale lungo la dorsale appenninica riguardasse solo le località turistiche dove si pratica lo sci di discesa.

L'importanza dell'equivalente idrico nivale

Non è così, però: come spiega Fondazione CIMA, «la neve ha un ruolo fondamentale sul ciclo idrologico: rappresenta infatti una scorta d’acqua per i mesi primaverili ed estivi quando, fondendo, nutre i fiumi a valle. Per questa ragione, il monitoraggio di questa risorsa durante l’inverno ha un ruolo importante, perché ci fornisce una stima delle “scorte idriche” su cui potremo contare». I ricercatori di Fondazione CIMA sono in grado di misurare e rappresentare in modo efficace questa stima attraverso l’analisi di un parametro noto come Snow Water Equivalent (SWE, in italiano “equivalente idrico nivale”) una misura che rappresenta la quantità di acqua che deriverebbe dalla neve qualora venisse completamente fusa: si calcola moltiplicando lo spessore del manto nevoso per la sua densità e si esprime in millimetri d’acqua equivalente, oppure in kg/m². Per esempio, un SWE di 100 mm indica che la fusione di quella quantità di neve risulterebbe in 100 kg (o 100 litri) d’acqua ogni m².

Il ruolo delle temperature

Tra le variabili considerate, però, non c’è solo lo spessore del manto nevoso. Altro fattore fondamentale è la temperatura, e in particolare l’analisi dello zero termico, cioè il dato meteorologico che indica l’altitudine alla quale la temperatura nella libera atmosfera è di zero gradi Celsius. Alte temperature, infatti, portano a una fusione rapida della neve. Possiamo allora immaginare che le abbondanti nevicate che hanno caratterizzato la fine del mese di marzo e l’inizio del mese di aprile in alcune aree del Centro Italia, e che hanno fatto il giro d’Italia grazie alle immagini di alcuni rifugi sul Gran Sasso letteralmente sommersi dalla neve, arrivino letteralmente fuori tempo massimo, non solo per la stagione invernale sulle piste, ma anche perché quella neve finirà per non accumularsi a lungo, e non rappresenta quindi una vera scorta idrica in vista dell’estate. Questo è rappresentato da alcuni dati locali (nella settimana prima di Pasqua lo zero termico sul Gran Sasso d’Italia è in media intorno ai 3.200 metri sul livello del mare, ben più in alto della cima più grande del gruppo montuoso), ma allargando lo sguardo è confermato dal più recente aggiornamento del Climate Change Service di Copernicus, “Surface air temperature for March 2025”, secondo cui «la temperatura media sulla terraferma europea per il marzo 2025 è stata di 6,03°C, 2,41°C al di sopra della media 1991-2020 per il mese di marzo, rendendolo il marzo più caldo per l’Europa».

Segno meno per la neve a fine stagione

Il 10 aprile, Fondazione CIMA ha pubblicato l’ aggiornamento di fine stagione, un bilancio idrico della neve nel momento “in cui la neve inizia a cambiare stato e significato” e “da deposito invernale diventa acqua liquida, pronta a fluire verso valle”. Il deficit nazionale di SWE in Italia è del -34%. Manca, quindi, un terzo dell’acqua rispetto al dato mediano (cioè il valore centrale di una serie di dati messi in ordine crescente) del periodo 2011-2023. In particolare mentre il bacino più importante del Paese, quello del fiume Po, vive una situazione sostanzialmente nella media (“Il Po, bacino idrografico più esteso del Paese e custode di quasi la metà della risorsa nivale italiana, è oggi il fiume con le condizioni migliori: il deficit è sceso al -15%, rientrando nella variabilità naturale osservata negli ultimi anni”), la situazione è critica al Centro e al Sud, come evidenziano i dati pubblicati nella mappa di contesto.
Alcuni esempi: nel bacino del Tevere, il deficit di SWE raggiunge oggi il -89%, facendo registrare «un’anomalia severa, ancora peggiore rispetto allo stesso periodo del 2024» commenta Fondazione CIMA. In quello dell’Aterno-Pescara, in Abruzzo, è del -43%, nonostante le nevicate tardive. Francesco Avanzi, ricercatore nell’ambito di Idrologia e Idraulica presso Fondazione CIMA, sintetizza con chiarezza: «Quando parliamo di risorsa nivale, non possiamo però limitarci alla quantità di neve caduta: è la sua distribuzione nel tempo e nello spazio, insieme alle condizioni termiche, a determinarne l’effettiva utilità idrica. Una nevicata abbondante seguita da un rapido aumento delle temperature, per esempio, risulta meno efficace di una stagione moderata ma più stabile».

SCRITTO DA

Luca Martinelli

Giornalista professionista freelance.

Collabora con Altreconomia, Cook_inc., Gambero Rosso, il manifesto. Insegna "GLOBAL CHANGE: GEOGRAFIA DELLE METE TURISTICHE" al corso di Laurea in Scienze del turismo dell'Università di Pisa.

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