Il bosco strategico

di: Giorgio Vacchiano

Cosa serve per far funzionare le soluzioni forestali contro la crisi climatica

Oggi chiediamo alle foreste europee di fare tutto: assorbire carbonio, fornire legno, ospitare biodiversità, ridurre i rischi idrogeologici. Ma la coperta è corta, e le forze in gioco tirano i boschi in direzioni opposte. Da un lato, il Regolamento europeo sul ripristino della Natura e il Regolamento su emissioni e assorbimenti di gas serra risultanti dall’uso del suolo pongono obiettivi ambiziosi: protezione rigorosa del 10% del territorio, espansione della selvicoltura ecologica, aumento del sink forestale di almeno 42 milioni di tonnellate di CO₂eq entro il 2030 a scala continentale. Dall’altro, l’elettrificazione dell’economia, il New European Bauhaus e la crisi energetica post-2022 spingono verso un uso crescente del legno, anche a fini energetici Nel frattempo, le foreste diventano più vulnerabili: l’Europa perde ogni anno biomassa per eventi estremi, a un ritmo che accelera (+4 tonnellate di massa vivente danneggiata per km² ogni anno). In Sud Europa, dove il clima è più stressante, la crescita degli alberi si è ridotta del 12-49% rispetto a cinquant’anni fa. È chiaro che la risposta non può essere semplicemente “piantare più alberi”. La domanda vera è: come organizziamo il nostro paesaggio forestale per far fronte a questi obiettivi contrastanti

Una proposta concreta

Uno studio pubblicato sulla rivista Ambio propone una risposta: zonare il paesaggio forestale europeo secondo il modello “TRIAD”. L’idea, nata trent’anni fa in Nord America, è semplice in teoria: suddividere le superfici forestali in tre categorie funzionali. Alcune aree vengono gestite in modo intensivo, per massimizzare la produzione legnosa; altre vengono lasciate completamente indisturbate, per tutelare i processi naturali; una terza quota viene gestita in modo estensivo, con pratiche ispirate alla natura, per garantire multifunzionalità. L’approccio TRIAD mira a conciliare le strategie UE per la biodiversità, il clima e la bioeconomia. Evita di sovraccaricare ogni singola foresta di troppe aspettative e riconosce che funzioni diverse — come il rifugio per specie rare, la protezione idrogeologica o la produzione — richiedono condizioni ecologiche e gestionali differenti. Ma per funzionare, richiede una pianificazione precisa, su vasta scala.

L’Europa non è (ancora) pronta

Secondo lo studio, in Europa il bilanciamento tra le tre categorie è lontano dall’equilibrio. In media, il 3,6% della superficie forestale è oggi sotto protezione rigorosa, contro l’obiettivo del 10%. E il 73% di queste riserve integrali ha meno di 50 ettari — troppo poco per sostenere specie e processi legati a disturbi naturali su larga scala. In Centro e Nord Europa domina la gestione intensiva; nel Sud-Est prevale quella estensiva, ma anche qui le aree protette sono poche e frammentate. La zonazione attuale, insomma, è casuale e disomogenea. L’Italia è un’eccezione parziale: con circa il 5% di foreste sotto protezione rigorosa, e una distribuzione quasi bilanciata tra gestione intensiva ed estensiva, presenta una base da cui partire. Ma anche qui manca una pianificazione esplicita, indicatori condivisi, una visione territoriale. La Strategia Forestale Nazionale esiste, ma è poco conosciuta e poco applicata. Solo il 15% delle foreste italiane è coperto da un piano di gestione. E non esistono obiettivi vincolanti regionali che guidino le scelte sul territorio.

Conflitti in crescita, dati insufficienti

Nel frattempo, la pressione sulle risorse aumenta. I prelievi di legno in Europa sono cresciuti del 37% tra il 2009 e il 2019. Il legno usato per energia è quintuplicato. I biocarburanti da legno sono aumentati di 25 volte. Secondo le statistiche ufficiali, il legno prelevato è il 63% di quello che ricresce ogni anno, ma probabilmente questi dati sottostimano i prelievi reali.Il rischio? Raggiungere i target di neutralità climatica diventa più difficile, il carbon sink si assottiglia, e la biodiversità soffre per l’omogeneizzazione dei paesaggi. In Italia, il Piano Nazionale Integrato Energia Clima prevede che le bioenergie coprano oltre il 43% del calore rinnovabile. La Strategia Forestale di lungo periodo punta a un aumento del prelievo legnoso del 33% in dieci anni. Ma è davvero sostenibile? Molti modelli locali indicano che aumentare i tagli non migliora il bilancio del carbonio. Serve invece una valutazione integrata, che tenga conto degli effetti del cambiamento climatico sulla produttività, della possibilità di ridurre i danni climatici sui boschi, del destino del carbonio nei prodotti legnosi, e della gerarchia d’uso del legno: prima i prodotti durevoli, poi gli scarti per la produzione di energia (meglio se termica o in cogenerazione, in piccoli impianti che possano approvvigionarsi localmente e in modo sostenibile).

Rendere vantaggiosa la conservazione

La protezione degli ecosistemi forestali non può basarsi solo su divieti. Per funzionare su larga scala, deve diventare una scelta economicamente sostenibile anche per i proprietari. In Italia, un primo strumento in questa direzione è il Registro volontario dei crediti di carbonio forestali, che consente di remunerare la capacità delle foreste di assorbire CO₂, purché sia addizionale rispetto a uno scenario di riferimento. Le nuove linee guida in uscita nel 2025 introducono criteri più rigorosi per evitare abusi, ma presentano anche alcune criticità. In particolare, viene richiesto alle aziende acquirenti dei crediti un impegno autonomo di riduzione delle proprie emissioni del 10% in cinque anni. Un valore basso, che rischia di svuotare il principio dell’addizionalità e trasformare lo strumento in una vetrina di greenwashing: si continua a inquinare, comprando “permessi” compensativi poco robusti. Per evitare questa deriva, è necessario rendere più stringente il legame tra crediti e riduzione reale delle emissioni, migliorare la trasparenza dei progetti, e riconoscere il valore della conservazione come investimento ecologico e climatico, non solo come merce. In particolare, la tutela attiva dei boschi maturi, l’aumento della necromassa, il rinvio dei tagli o la gestione orientata alla naturalità dovrebbero poter generare crediti ben certificati, verificabili, e non subordinati a logiche opportunistiche.

La zona estensiva: tra natura e resilienza

Nel modello TRIAD, la gestione estensiva occupa un ruolo centrale: è la cerniera tra conservazione rigorosa e produzione intensiva. Qui trovano spazio la selvicoltura naturalistica e la gestione forestale climaticamente intelligente. La prima si ispira ai processi ecologici naturali: tagli selettivi, copertura continua, arricchimento della necromassa, protezione di alberi habitat, eterogeneità strutturale. La seconda integra questi principi con l’adattamento al cambiamento climatico: scelta di specie resistenti, diradamenti mirati per aumentare la resilienza alla siccità e agli incendi, conservazione del suolo e della funzionalità idrologica. Insieme, questi approcci permettono di mantenere alta la funzionalità ecologica delle foreste pur consentendo un uso moderato delle risorse. Sono strategie compatibili con paesaggi frammentati e proprietà multiple, adatte all’Italia e a gran parte dell’Europa meridionale. E rappresentano il nucleo operativo della forestazione multifunzionale.

SCRITTO DA

Giorgio Vacchiano

Ricercatore in gestione e pianificazione forestale all’Università degli Studi di Milano.

Studia la resilienza delle foreste europee ai cambiamenti climatici e promuove una gestione sostenibile basata su modelli ecologici. È autore di saggi divulgativi, tra cui La resilienza del bosco, e presidente di Climate Media Center Italia.

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